J.
J. abita nel quartiere di Ambohipirenana a poche centinaia di metri dal centro dell’ONG. Ambohipirenana è il quartiere che venendo da Maharivo porta alla strada statale numero 7 che collega Tanà a Toliara, cioè all’estremo sud est dell’isola, all’altezza del tropico del Capricorno. Ambositra sorge proprio lungo questa statale che attraversa l’altopiano come seguendo una corsia rialzata rispetto alle valli che scendono ai suoi lati.
Ambositra è una città che su questa statale si è aggrappata e letteralmente ci vive, lungo la strada si susseguono infatti case e attività commerciali, dalle più modeste alle più organizzate. Seguendola ci si imbatte in piccole bancarelle di carote, pomodori, pane, riso, componenti meccanici usati, improbabili componenti elettronici, scarpe usate, magliette usate, depositi all’ingrosso della Star, ovvero il distributore per l’intero paese di Coca Cola, THB (birra), oppure negozi di macelleria, pesce secco, miele, distributori di benzina, banche, pasticcerie, laboratori fotografici, negozi tessili, galline morte, galline vive, copisterie, maiali, piante curative tradizionali, negozi di telefonia, hotel, ristoranti per turisti, ristoranti per non turisti, noccioline, radio, sigarette sfuse, zaini, cappelli e quanto altro non potete immaginare. Ovviamente lungo questa strada statale le persone camminano come formiche incontrandosi e urtandosi, cercando di trovare la via preferenziale attraverso le bancarelle, attraverso le altre persone, i pos pos (versione malgascia dei risciò), gli improvvisati carretti di legno dei bambini delle famiglie più povere che latitano la scuola per sospingere merce tra un negozio e l’altro; alle volte tutto questo marasma si blocca per un istante e si schiaccia ai fianchi della strada, allora lentamente si fa largo tra la gente una macchina, un autocarro o un taxi, verso sud o verso nord.
La casa di J. sorge proprio all’intersezione tra la strada che scende da Maharivo e la statale. In quel quartiere avevamo già intervistato parecchie persone, famiglie modeste, famiglie per lo più contadine che coltivavano i campi di riso nelle valli sottostanti alla città e alle sue attività commerciali.
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All’ingresso della casa di J. ci accoglie la madre, sorridente, ci saluta, ci fa entrare, siamo in quattro persone: io, Elisabetta, il nostro traduttore Haja e la sua fidanzata Hando, che trascriveva il colloquio in malgascio. La casa è molto bella, ampia, con molte camere, rifinita in legno e veniamo fatti accomodare in salotto dove su uno dei due divani ci aspetta J. Non a caso sta fumando e appare molto agitato, anche se, come il giorno precedente, fa di tutto per comportarsi normalmente.
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J. è Merina, ha 41 anni, abita con la madre e con la donna delle pulizie, ha 7 tra fratelli e sorelle, lui è il primogenito della famiglia ed è l’unico ad abitare con la madre. […] J. cerca in giovinezza di seguire le orme del padre, ufficiale della gendarmeria malgascia, ma nel 1995, all’epoca della leva nei pressi di Toliara, qualche cosa non sembra andare per il verso giusto. Con i camerati condivide l’uso e l’abuso di toaca (rhum locale molto forte e spesso proveniente dal mercato nero) e rangony (canapa locale), un giorno la madre e il padre vengono avvertiti dal comando e si recano a Toliara per ricoverare il figlio fuori controllo, in preda a uno stato confusionale e molto aggressivo. La madre quando arriva a Toliara incontra il figlio già sedato da potenti calmanti, J. non ricorda nulla di quei giorni, tranne il fatto che aveva dei problemi nei rapporti con i camerati. Riportato dalla madre ad Ambositra dopo due settimane riaffiorano i problemi di ansia, agitazione e di comportamento aggressivo […]. La situazione era insostenibile e J. venne ospedalizzato per la somministrazione di calmanti ad Ambositra; dopo una settimana la famiglia decide di portarlo a Tanà per ricoverarlo all’ospedale militare della capitale. Qui lo psichiatra prescrive una terapia farmacologia: Largagtil 50 mg. x die, Haldol 5 mg. x die, Artane 5 mg. x die e Diazepam al bisogno e non fornisce una diagnosi specifica, o almeno la famiglia non ricorda. Da allora J. prende regolarmente i farmaci e la sua malattia è tenuta sotto controllo, occasionalmente si agita ancora, beve alchool anche se non dovrebbe, qualche volta esce la sera e non torna presto, ma complessivamente la madre lo riesce a gestire. Da qualche anno inoltre lavora nell’officina meccanica per auto che c’è proprio davanti a casa, ma non va sempre e ha dei rapporti difficili con i compagni di lavoro […].
Chiediamo alla famiglia che spiegazione si sono dati della malattia e la madre ci racconta di come il medico psichiatra dell’Ospedale Militare di Tanà, oltre a impostare la terapia, avrebbe informato la famiglia di come la malattia si sia formata a causa di un problema che J. non riesce a risolvere dentro di sé. La madre aggiunge che avrebbe bisogno di uno psicoterapeuta, ma in Madagascar non esistono queste figure professionali. J. e la sua famiglia non si sono mai rivolti a pisikidy (guaritori), anzi J. si scaglia duramente contro questi farabutti che invece di lavorare illudono le persone e raccontano storie assurde.
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La psicosi, il suo esordio, il suo trattamento e le conseguenze di questo trattamento sono elementi comuni a molti pazienti psichiatrici dei nostri ospedali. Per la prima volta poi in 31 casi incontrati non c’è riferimento all’eziologia tradizionale, non c’è collegamento all’invidia di altre persone e di conseguenza non c’è stato il collegamento alla maledizione per danneggiare, mossa dal sentimento di invidia. Solo implicitamente J. ha fatto riferimento a un importante concetto culturale tradizionale: quello della ricchezza e della sua ostentazione. Ci continuava a ricordare infatti di come la sua famiglia fosse povera, ovviamente questo era insostenibile viste le loro condizioni di vita, ma J. si preoccupava di ricordarcelo di tanto in tanto. […]
Dopo poco più di 2 settimane di interviste abbiamo già completato il nostro campione ipotetico per Ambositra e stiamo già pensando alla brusse che nell’immediato vuol dire il paese di Fandriana. Il caso di J. sicuramente ha delle differenze rispetto agli altri fino ad ora incontrati: culturalmente la sua etnia Merina in un paese Betsileo è di per sé un fattore molto complesso, ma che è condiviso con altre famiglie incontrate ad Ambositra che avevano origini Merina o miste.
Ho l’impressione che J. sia un caso estremo di cultura tradizionale sospesa o cancellata dal pensiero scientifico occidentale. Nelle storie degli altri pazienti di Ambositra l’eziologia a carattere tradizionale è quasi sempre comparsa nei racconti della famiglia, ma abbiamo spesso notato molta vergogna nel parlarne a dei bianchi, quasi considerassero queste storie inferiori rispetto al nostro sistema esplicativo: si apriva questo repertorio solo molto lentamente e con riferimenti molto sintetici. Per questo motivo J. è un caso estremo, lui e la madre non hanno in alcun modo fatto riferimento esplicitamente alla tradizione, né hanno considerato i metodi tradizionali di cura come utili al disagio di J., ma la frase ripetuta relativa alla povertà della sua famiglia è culturalmente connotata, potremmo dire che è profondamente malgascia.