Il “sentimento di colpa” sostituisce nel lessico analitico il più indeterminato “senso di colpa”, il primo termine specifica come esso sia un vissuto soggettivo di un esperienza nella quale la persona si reputa responsabile, colpevole, in dolo rispetto alle proprie azioni, pensieri o intenzioni. Una prima riflessione potrebbe nascere dal rilevare come la colpa non sia denominata solitamente un “affetto” puro, in quanto appare come qualcosa di più complesso, sottende cioè un processo psichico, una dinamica in cui i pensieri, gli affetti o le gesta dell’individuo sono giudicate, da lui stesso o da qualche entità manifesta o fantasmatica, biasimabili e possibili oggetto di sanzione.
La cultura propone agli individui che ne fanno parte, e la costituiscono, le vie percorribili verso il soddisfacimento del piacere e allo stesso tempo sviluppa comportamenti adattivi, sublimanti, che possono costituire anche disagio nella misura in cui si allontanano dalla condivisione culturale.
Vorrei proporre a questo punto la lettura di alcune righe tratte da un lavoro di più ampio respiro, insomma cogliere l’invito di Devereux a fare una sortita dalla stanza dei colloqui e dall’esperienza viziosa dei pazienti, per osservare la dinamica della colpa culturalmente connotata.
“La funzione immunitaria che il diritto svolge nei confronti della comunità è di evidenza immediata e come tale universalmente riconosciuta anche al di fuori della letteratura giuridica. (…) La società giuridicamente regolata è unificata dal principio della comune separazione: ad essere comune è solo la rivendicazione di ciò che è individuale, così come la salvaguardia di ciò che è privato costituisce l’oggetto stesso del diritto pubblico. (…) : per poter immunizzare la comunità dalle sue tendenze autodistruttive, il diritto ha il bisogno di proteggere innanzitutto se stesso. Ma, secondo quella dialettica dell’immunità che abbiamo imparato a conoscere, può farlo solo affidandosi al principio che intende dominare – alla medesima forza che deve tenere a bada. (…) La vita non è condannata per, ma alla colpa. Ecco la funzione che il diritto eredita dal mondo demonico che lo precede e lo determina nelle sue procedure violente: quella di condannare la vita ad una perpetua colpevolezza. Essa non va giudicata perché colpevole, ma resa colpavole per poter essere giudicata – e condannata. Sciolta dalla volontà e dalla scelta, la colpa fa tutt’uno con il destino.” Roberto Esposito, Immunitas, ed. Biblioteca Einaudi 2002, p. 25, 30, 38.
Potreste obbiettare: “Ma questo brano tratta di giurismo e comunità!”, credo che non sia un grosso problema. Anzi trovo che nel nostro funzionamento giuridico, che, secondo la tesi presentata da Esposito, connota gli elementi fondanti del nostro stare assieme, si possa riscontrare una chiara specularità delle nostre dinamiche intrapsichiche di individui inseriti all’interno di un contesto relazionale.
E’ molto interessante, a mio avviso, cogliere due cose delle righe riportate dall’opera di Esposito. La prima è l’assunto che la comunità per gestire le forze violente individuali e individualistiche che la compongono e la connotano, e che arriverebbero a distruggerla ancor prima di crearla, deve proteggersi e immunizzarsi da esse attraverso un’assunzione della stessa matrice di violenza, ma nella misura necessaria affinché possa preservare la sua esistenza. Questa forza è la violenza del diritto che crea il concetto di colpa. La seconda cosa che raccolgo riguarda lo scopo che la nostra comunità persegue tramite l’assunzione del diritto: la protezione di privilegi individuali. Un diritto pubblico volto a garantire una comune separazione.
Proprio come il meccanismo di difesa della comunità che si immunizza dalle spinte violente e aggressive, allo stesso modo noi stessi normalmente dobbiamo contenere tali affetti violenti che vorremmo scatenare, perché questi provocherebbero la disgregazione totale della nostra vita relazionale. Quando però tale meccanismo diventa fonte di disagio? Forse quando il vaccino supera le dosi di controllo. Proprio come la sublimazione, anche il meccanismo della colpa ha, a mio avviso, un valore adattivo e sublimante delle spinte causate dai nostri desideri, ma può superare la soglia in cui il sentimento di colpa non protegge più l’altro, e quindi la nostra relazione, ma immobilizza noi stessi nel nostro processo di individualizzazione. La protezione della nostra individualità è alla base del diritto comune, così l’individualismo rimane alla base della nostra cultura, ne consegue che le dinamiche di colpevolizzazione degli intenti aggressivi contro l’altro percorrano strade di concettualizzazione individuale, che si manifestano nel sentimento di colpa.