I dati in nostro possesso sul fenomeno migratorio che interessa il nostro territorio ci confermano che sono presenti persone provenienti dai quattro angoli del nostro pianeta: si spazia dall’est europeo all’India, dalla Cina al Brasile, dal continente africano ai territori del sud-est asiatico. La differente provenienza geografica implica una complessa diversificazione etnica e quindi culturale, si arriva così a concludere che all’interno del nostro territorio già ora convivono universi culturali molto variegati.

La variegata composizione culturale della macro comunità straniera porta con sé principi, idee e modus vivendi che si inseriscono all’interno della nostra società e che comprendono tutti quegli aspetti della nostra esistenza connotati culturalmente.

Se si volesse estromettere la fondamentale importanza del fattore culturale nella costituzione della dinamica descritta, dovremmo ritenere che al variare della nazionalità vari la quantità di disagio percepibile ed esprimibile dal singolo individuo. Una ipotesi surreale e prontamente falsificata da ricerche condotte sulla popolazione mondiale (es. si veda: “Schizophrenia research forum” Maudsley College London, NIMH), che dimostrano come l’incidenza dei disturbi psichici e/o comportamentali, riconducibili alla diagnosi psicopatologica occidentale di schizofrenia, sia costante all’interno di ogni cultura. Questi studi, basati su evidenze neurologiche, ci informano altresì che ciascun gruppo umano tende a produrre, in taluni individui che ne fanno parte, degli stati di disagio, ma tale sofferenza si esprime secondo canoni espressivi e comunicativi differenti al variare della cultura di riferimento. E’ quindi chiaro come, completando la definizione fornita in precedenza, gli individui all’interno di una cultura negozino tra loro anche “degli ideali di salute, dei modelli di malattia e di cura”(Piero Coppo). La cultura definendo ciò che sta dentro da ciò che sta fuori, l’ordine dal disordine, arriva a costituire dei modelli di malattia connotati culturalmente e, al tempo stesso, designa delle autorità e delle tecniche di controllo e normalizzazione del comportamento deviante. Seguendo questa riflessione si può capire come talune nazionalità, non a caso proprio quelle che meno nella loro storia hanno condiviso un incontro con la nostra dottrina medica e psicopatologica, sembrino non percepire competenti i servizi e le prestazioni offerte dal centro pubblico di salute mentale. E’ il caso della popolazioni provenienti soprattutto dal continente asiatico e africano sub-sahariano. Non si tratta però meramente di un problema comunicativo eliminabile tramite un opera di promozione del servizio a scopo informativo, si tratta di differenze radicate molto più in profondità nella costituzione storica delle nostre comunità. Il fenomeno della mancata considerazione del servizio psichiatrico non si esaurisce infatti all’interno delle culture a noi più straniere, ma sembra declinarsi in una sorta di visione distorta, di quello che il centro di salute mentale può offrire loro, anche per quelle culture che tramite il periodo coloniale o i processi di meticciaggio sono venute fortemente in contatto con le nostre dottrine. Per le persone provenienti da queste culture sembra che il servizio riconosciuto alla nostra istituzione si limiti all’aspetto puramente curativo, ovvero farmacologico, dell’assistenza; mentre gli altri versanti, terapeutici e psicosociali, sembrano essere destinati a un mancato riconoscimento di utilità e competenza rispetto al disagio esperito.

E’ come se il migrante, sopraggiunto un momento di difficoltà, non riuscisse a trovare nel nuovo ambiente, i punti di riferimento culturali che hanno il potere di restituire significato e ordine al proprio disordine.

Questo spaesamento può naturalmente manifestarsi in molteplici forme di sofferenza, sia fisica che affettiva. In particolare i centri di psicoterapia che già si occupano della sofferenza legata al processo migratorio hanno delineato, alla base di molte situazioni di difficoltà, un fenomeno psichico definito clivage (sfaldatura), soprattutto tra le persone che migrano sole senza l’appoggio in loco di famigliari e quindi per questo affettivamente più vulnerabili. Tale meccanismo psichico richiama a una sorta di scissione nei due mondi di riferimento dell’individuo: quello del paese attuale di residenza che rappresenta la quotidianità reale, soprattutto lavorativa del migrante, e quello del mondo di provenienza in cui l’individuo rimane affettivamente legato, perché laggiù risiedono ancora per lui le relazioni e gli affetti che definiscono la sua identità e il suo ruolo nella società.