Il film di Rune Denstad Langlo è una moderna odissea, un viaggio verso il nord della Norvegia che l’eroe compie per ritrovare l’ex compagna e soprattutto per conoscere suo figlio.
I dialoghi lasciano spazio al silenzio e ai paesaggi spettacolari della Norvegia nel periodo del disgelo. L’eroe di questa moderna trama epica è un padre depresso, abbandonato dalla sua donna, che lavora con una borsa lavoro del reparto psichiatrico del suo paese e prende psicofarmaci contro l’ansia e la depressione. Non si conosce molto del suo passato e l’arrivo della malattia non è narrata, ma sembra piombata improvvisamente sul personaggio. Quando però Jomar viene a sapere di essere padre (l’ex compagna lo ha tenuto all’oscuro), decide di partire verso nord, alla ricerca di quel paesino in cui la madre del figlio si era rifugiata.
Il film è piacevole e il personaggio ispira simpatia. Ho trovato curiosa l’immagine dell’incendio che si ripropone più volte nel film: il fuoco divampa accidentalmente nella sua baracca, ma Jomar non fa nulla per spegnerlo, in breve la casetta di legno viene distrutta dal fuoco e Jomar improvvisamente è libero di inforcare la motoslitta, salutare l’immobilità della depressione e iniziare ad attraversare il paese in cerca di suo figlio. Un poco naif, ma pur sempre un esempio positivo di ritorno alla vita dopo un periodo di rabbia soffocata e distruzione.
Jomar nella sua avventura incontra vari personaggi come in ogni odissea che si rispetti. Prima una giovane bambina orfana dei genitori e intrappolata dalle esagerate protezioni della nonna. Poi un adolescente, eccentrico, sessualmente confuso, anch’esso lasciato solo. E infine un vecchio che attende il disgelo pescando sulla superficie di un piccolo lago. Da ogni incontro si sviluppa uno scambio, un dare e un avere concreto e spirituale.
Jomar nel suo viaggio sembra quindi rendere visita e omaggiare altre persone, anche loro in isolamento e immobilità rispetto alla vita. Ma la loro scelta non sembra casuale, dai problemi della bambina iperprotetta che fuma dietro casa, si passa all’adolescente solo e confuso alla ricerca di estraniamento. Infine il vecchio pescatore di etnia sami (volgarmente chiamati lapponi): una figura paterna che rassicura Jomar, ma allo stesso tempo sembra intimargli di non crescere nell’ombra, ma di usare i propri mezzi per raggiungere l’obiettivo.
Infine uno dei finali cinematografici più belli che ricordo e che lascio di proposito non raccontato per chi vorrà vedere il film: una sequenza semplice, un finale che è un nuovo inizio.