Il film di Kore’eda Hirokazu, uscito nelle sale cinematografiche quest’anno, propone un’interessante riflessione sugli affetti famigliari scardinando la classica cornice del ritratto di famiglia: quanto contano i legami di sangue e quanto invece quelli di vicinanza e compassione, intesa come condivisione di pathos affettivo?
Ambientato in Giappone nell’epoca contemporanea il film ci racconta le vicende di un gruppo di scapestrati, ladri e showgirls, che si trovano a vivere assieme in una casa tradizionale giapponese asfissiata dallo sviluppo urbano verticale della città moderna. Il capo famiglia è un’anziana nonna, anch’essa coriacea, ma legata alle tradizioni della cultura giapponese. E’ la padrona di casa e attorno a lei si strutturano le relazioni famigliari degli altri componenti.
Il regista abilmente non esplicita i rapporti e la storia dei singoli personaggi: lo spettatore entra ex abrupto all’interno di questa abitazione e delle dinamiche famigliari, a poco a poco riconosce le relazioni affettive che la caratterizzano e prende confidenza con questa famiglia di emarginati, abbandonati ed esclusi dalla società. E’ il ritratto di una famiglia fuori dagli schemi e anche dalla legge, ma che comunica reciproco rispetto e attenzioni.
La situazione di stabilità della famiglia però non può durare a lungo. La crisi inizia con la morte della nonna, la figura protettiva, ed esplode infine con l’arresto del giovane figlio maschio: in protesta con l’insegnamento del padre dal quale si vuole smarcare. Emblematico sarà il sacrificio della madre che libererà il figlio, adottivo, al suo destino, surclassando la debolezza del padre: un’immagine contemporanea della crisi del ruolo paterno, debole e perdente.
La casa così si svuota, la legge e il controllo sociale dello Stato entrano in scena con fredda violenza e i personaggi si separano riprendono il loro cammino, arricchiti da un’esperienza di accoglienza e affetto.