INTERVISTA AL DOTT. PEDRONI: RIFLESSIONI TRANSCULTURALI NELLA PRESA IN CARICO DEL DISAGIO PSICOLOGICO

Lorenzo Pedroni, psicologo clinico-dinamico, ha un esperienza pluriennale presso le comunità di recupero per dipendenze e riceve privatamente presso gli studi di Mantova, Suzzara e Reggiolo.
Dopo la tesi sperimentale svolta in Madagascar ha continuato ad occuparsi di etnopischiatria diventando socio dell’organizzazione Interdisciplinare Sviluppo e Salute (ORISS) e frequentando la Scuola di Psicoterapia Transculturale di Milano per la quale ha vinto una borsa di studio grazie ad una seconda ricerca effettuata in Madagascar sull’importanza del contesto socio-culturale nelle manifestazioni e nella presa in carico del disagio mentale.

Dott. Pedroni, lei si occupa di psicologia…
Si, anche se piuttosto di “difficile” direi che è “complesso”. Il concetto di difficile e di complesso designano cose diverse. Una realtà complessa è costituita da livelli plurimi, da differenti possibilità di lettura e quindi di giudizio. Questa pluralità si declina in differenti saper fare, cioè modi di lavorare.
Lorenzo Pedroni MadagascarVede la Psicologia ha come obiettivo la conoscenza della psiche umana, dei suoi ricordi, delle emozioni, delle sensazioni, dei comportamenti della persona, delle sue contraddizioni, nonché delle dinamiche di relazione tra tutto questo e il nostro cervello.
Esistono varie psicologie e diversi psicologi quindi?
Certo la specializzazione accademica e professionale tende a preparare professionisti che si occupano di Psicologia in campi sempre più ristretti, molto specifici e con modalità di lavoro molto differenti tra loro. Io però penso che abbandonarsi passivamente a questa tendenza sia un fallimento del nostro essere professionisti.
Voglio dire che il paziente che viene da noi o che a noi viene affidato ha un problema, ma non è il problema che noi dobbiamo prendere in carico. Lo psicologo deve essere in grado di prendersi carico della Persona e avere la preparazione per saper considerare le differenti definizioni del disagio che portano alla scelta degli strumenti più adeguati per la soluzione.
Lei ha scelto la Psicoterapia Transculturale, perché?
Perché la cultura è l’altra grande variabile che ci consente di comprendere la Persona e di poterla aiutare. Nella nostra società le persone hanno sempre più origini diverse e la nostra comunità di Suzzara, e dintorni, è da sempre interessata a questo fenomeno. Siamo una città industriale che dagli anni ’70 ha conosciuto una massiccia migrazione italiana dal sud ed è ora interessata da una migrazione prevalentemente dai paesi asiatici di India, Pakistan e Bangladesh. Ora più di ieri la psicologia ha la necessità, per restare utile, di saper cogliere la sfida di mettere in gioco le proprie stesse componenti culturali per poter comprendere l’Altro nella sua interezza. La storia etnopsichiatrica ci insegna che anche nella salute mentale rischiamo di mettere in atto un’opera di colonizzazione culturale che snatura e mortifica la diversità. L’approccio transculturale porta questa sensibilità alle componenti culturali della Persona, utili per la presa in carico sia del paziente migrante che autoctono, perché tutti noi decliniamo il nostro stare nel mondo attraverso artefatti culturali che sono porte di accesso alla nostra psiche.
Dottore, lei ha trascorso diversi mesi in Madagascar intervistando centinaia di malati, come mai questa scelta?
Il Madagascar è una terra dove convivono e si mescolano la cultura africana e quella asiatica. In quelle terre i guaritori e la medicina tradizionale producono oggetti di cura tecnicamente utili, ma le loro pratiche riportano un significato al disagio psichico, lo contestualizzano con le stesse verità culturali che danno senso al vivere e quindi anche alla malattia. Un’indagine epidemiologica ci fornisce dati molto interessanti per soppesare il valore delle variabili socio-culturali sulla malattia mentale.
Come pensa che questa esperienza possa essere utile per il disagio psichico nella nostra comunità ormai così variegata?
Il sistema psichiatrico deve saper cogliere questa sfida per un motivo deontologico e per le ricadute positive che ciò può avere per l’integrazione delle persone straniere nelle nostre terre e nella nostra cultura.
Un lavoro difficile, anzi scusi, molto complesso. Grazie per il suo tempo, ma prima di salutarci avrei una curiosità: lei è di Suzzara?
Si, certo.
E’ per caso parente con Pedroni Onoranze Funebri?
Pensavo di averla scampata per questa volta, ma è giusto: si parlava di curiosità. No, non sono parente, almeno stretto, i nostri nonni credo. Bene, mettiamola così, è rimasto attuale evidentemente un nostro legame genetico antico.
Cosa vuole dire?
Loro lavorano in una terra di confine, preparano il defunto per l’ultimo attraversamento, dalla vita alla morte. Io per la fortuna dei miei clienti lavoro per un attraversamento dalla morte alla vita.
Addirittura, si spieghi. Psicologi che fanno rinascere?
In un certo senso noi lavoriamo per accompagnare la Persona da una posizione di morte della progettualità, da una situazione di stallo e di immobilismo totale, al cambiamento per la rinascita di una vita attiva e propositiva, articolazione della nostra individualità con gli altri.

Articolo Giugno 2012 – “Cronache Sanitarie”