L’incrocio

L’ultimo pizzico di ero l’aveva consumata il giorno prima; l’astinenza lo portava a sudare sangue sotto il sole delle 15 di un caldo aprile. Sapeva che Teresa aveva dei soldi, ma quando le dava appuntamento, lei non voleva, poi si convinceva incerta, quindi o gli dava buca o era sempre in ritardo, ma non gli diceva mai di no.

Urlava in una strada deserta imprecazioni al telefono, lo scherzo del virus era lontano dai suoi pensieri. Avrebbe urlato comunque con le vie piene di persone o auto; il deserto odierno non era che l’immagine di quanto gliene importasse dell’ipocrisia della gente: si muoveva come un attore di teatro in un palco vuoto. Uno di quegli attori maledetti che non capiscono gli applausi, che vivono la messa in scena come una tragica consuetudine. “Eccola quella stronza puttana in fondo alla via, con quella sua bicicletta del cazzo” pensava, e intanto la rabbia gli montava dentro, sarebbe arrivato da lei e le avrebbe fatto sentire quanto fosse solo una ridicola puttana.

Simone procedeva sull’asfalto caldo, leggermente in discesa. La passeggiata dopo il caffè era diventata una piacevole consuetudine nelle restrizioni dettate dal virus. Anche Randy, la sua cagna, era serena, ma, accaldata, sembrava dire : “proprio con questo sole dobbiamo uscire”. Era ingrassata e le mancava il movimento, proprio come a lui. Lentamente arrivarono in prossimità di un incrocio di vie, e proprio lì un’auto rossa furgonata scese il finestrino: all’interno era Tiziano, il pizzaiolo del quartiere, presso cui Simone aveva lavorato all’epoca dell’università. Tiziano era un tipo strano, napoletano o giù di lì, malato di lavoro, passava con la moglie tutto il suo tempo nella pizzeria, non avevano figli naturali, ma avevano adottato tre bimbi uruguaiani di colore: due gemelli e un terzo più piccolo, mezzo ritardato. Tiziano gli faceva sempre domande sulle cose del mondo, visto che Simone aveva studiato, ma andava sempre così: Simone tentennava, pensava a qualcosa di intelligente da dire e Tiziano invece partiva e se ne usciva sempre con delle frasi mai banali e di un certo acume. La sua riflessione sul virus era che “la cosa bella è il tempo, o no Simò? Ogni cosa passa e va, il bello è quello, la mattina inizia e può succedere di tutto, ma sera arriva sempre”. Così come la morte pensò Simone nel vedere un velo di tristezza negli occhi di Tiziano, il pizzaiolo, ma non disse nulla e impacciato salutò. Quando l’auto rossa ripartì Simone si accorse che proprio all’incrocio stava arrivando un tossico, era fuori di testa, imprecava al telefono. Simone ebbe quasi un moto di felicità e liberazione nel vedere una persona che se ne fotteva delle regole contro il virus. Aveva una gran voglia di urlarlo anche lui al mondo e come un soffio su una superficie impolverata riemersero ricordi di estraneità e rabbia nei confronti della civiltà. Così come quando tornò per la prima volta dall’Africa: tutto gli sembrava carico di materialismi, convenzioni, di fantasie di dominio senza più un Dio, ma per contro denso di paranoie di malattia e di morte. Il virus era stato uno schiaffo sul viso di un bimbo sciocco e viziato: ecco quel che hai, ecco quel che sei.

Un uomo che giungeva sull’incrocio dalla parte opposta del tossico ridestò Simone dai suoi pensieri: gesticolava rivolto a lui. Nel sole caldo del primo pomeriggio Aldo entrava nell’incrocio con giubbino a vento smanicato, guanti in lattice, mascherina, occhiali da sole e cappello con visiera nero. Aldo era il comandante dei vigili del paese, prossimo alla pensione e comunista da regime sovietico, ligio al suo dovere, ma furbo o esperto abbastanza per non badare al tossico senza mascherina e invece salutare il vecchio amico coetaneo del figlio.

Le sue rughe tra gli occhiali e la mascherina, non si sa in che modo, riuscirono a comunicare a Simone ironia e scherzo. “Simone – disse – siom in an sac ad polag” (ovvero, Simone siamo in sacco di pulci) “non sappiamo come muoverci, cosa fare e come uscirne”, punti che spontaneamente elencò con le dita rivolto a Simone dall’altro lato della strada deserta. Simone quando finalmente lo riconobbe lo scherzò a sua volta per il suo abbigliamento pesante da forza speciale e per altre vecchie storie.

Il loro scambio di battute era stato accompagnato dalle risate di una signora il cui giardino di casa faceva angolo con l’incrocio, risate crescenti che si facevano sempre più insistenti. Tanto che i due infine si girarono verso di lei pensando che stesse ridendo per le loro parole, ma non era così. Irene, che Aldo conosceva, era una sessantenne che aveva pianto in segreto la prima notte di nozze e che dopo

40 anni di matrimonio era da 7 vedova. Si ritrovava ora, senza capire il perché, a vivere l’ultima parte della sua vita con una strana serenità.

Irene esordì: “Buongiorno Aldo, guarda il gatto – disse ridendo sempre più forte – lo tenevo al guinzaglio e si è arrampicato sulla pianta, ma si è attorcigliato, speriamo che non salti giù forte altrimenti si impicca”.

Simone e Aldo non trovarono nulla da dire e si salutarono. Aldo risalì la strada per andare verso casa, Simone svoltò a sinistra e venne richiamato dalle urla del tossico che aveva raggiunto la sua Teresa in fondo alla via. Si ritrovò come uno spettatore del dramma tra i due, quando se ne accorse si vergognò un po’ e si girò nella direzione opposta per uscire dall’incrocio.