“No scusi per lei dicevo, signore, che ci ha gridato di non aver tempo da perdere con i pazzi, mentre nessuno meglio di lei può sapere che la natura si serve da strumento della fantasia umana per proseguire, più alta, la sua opera di creazione” – Luigi Pirandello, “Sei personaggi in cerca di autore”
Jacky:
Jacky abita nel quartiere di Ambohipirenana a poche centinaia di metri dal centro dell’ONG. Ambohipirenana è il quartiere che venendo da Maharivo porta alla strada statale numero 7 che collega Tanà a Toliara, cioè all’estremo sud est dell’isola, all’altezza del tropico del Capricorno. Ambositra sorge proprio lungo questa statale che attraversa l’altopiano come seguendo una corsia rialzata rispetto alle valli che scendono ai suoi lati.
Ambositra è una città che su questa statale si è aggrappata e letteralmente ci vive, lungo la strada si susseguono infatti case e attività commerciali, dalle più modeste alle più organizzate. Seguendola ci si imbatte in piccole bancarelle di carote, pomodori, pane, riso, componenti meccanici usati, improbabili componenti elettronici, scarpe usate, magliette usate, depositi all’ingrosso della Star, ovvero il distributore per l’intero paese di Coca Cola, THB (birra), oppure negozi di macelleria, pesce secco, miele, distributori di benzina, banche, pasticcerie, laboratori fotografici, negozi tessili, galline morte, galline vive, copisterie, maiali, piante curative tradizionali, negozi di telefonia, hotel, ristoranti per turisti, ristoranti per non turisti, noccioline, radio, sigarette sfuse, zaini, cappelli e quanto altro non potete immaginare. Ovviamente lungo questa strada statale le persone camminano come formiche incontrandosi e urtandosi, cercando di trovare la via preferenziale attraverso le bancarelle, attraverso le altre persone, i pos pos (versione malgascia dei risciò), gli improvvisati carretti di legno dei bambini delle famiglie più povere che latitano la scuola per sospingere merce tra un negozio e l’altro; alle volte tutto questo marasma si blocca per un istante e si schiaccia ai fianchi della strada, allora lentamente si fa largo tra la gente una macchina, un autocarro o un taxi, verso sud o verso nord.
La casa di Jacky sorge proprio all’intersezione tra la strada che scende da Maharivo e la statale. In quel quartiere avevamo già intervistato parecchie persone, famiglie modeste, famiglie per lo più contadine che coltivavano i campi di riso nelle valli sottostanti alla città e alle sue attività commerciali. Jacky però non l’avevamo trovato, le nostre guide avevano chiesto molto in giro, ma nessuno sembrava conoscerlo. Poi una sera, dopo aver concluso un’intervista proprio nel quartiere di Ambohipirenana, mentre siamo distratti dai giochi e dagli scherzi dei bambini che ci seguivano lungo il sentiero di ritorno, scorgiamo un ragazzo con il berretto da baseball che saluta le nostre guide facendosi avanti e porgendomi la mano, saluto, guardo la nostra guida che mi dice sorridendo: “E’ Jacky”. E’ molto agitato anche se non lo vorrebbe mostrare, mi mette subito un po’ a disagio per via del suo nervosismo e vista l’ora gli chiedo se possiamo incontrarlo l’indomani nella sua abitazione; lui da una boccata nervosa alla sigaretta e mi risponde che va bene, in francese e ostentando sicurezza.
La mattina del giorno seguente ci rechiamo alla sua abitazione, la casa da proprio sulla strada principale, saremo passati sotto le sue finestre a piedi centinaia di volte dal nostro arrivo per raggiungere il centro della città; questo mi fa pensare che sia un po’ strano che Jacky abbia saputo che lo cercavamo solo ieri, ormai sono circa tre settimane che abbiamo cominciato le nostre interviste ad Ambositra e lui sarà uno dei nostri ultimi pazienti prima della nostra partenza per la brusse. Nei quartieri di Ambositra le voci corrono veloci, la gente è abituata a vedere dei bianchi, in genere turisti, ma anche collaboratori dell’ONG. Non accade spesso però che due bianchi, un maschio e una femmina, seguiti alle volte dai loro 4 collaboratori malgasci cerchino delle persone marary tsaina (lett. malato alla coscienza) e se le persone qui attorno non hanno mai rivelato il domicilio di Jacky deve esserci qualche motivo. Non ci è mai capitato di incontrare un rifiuto esplicito alla nostra intervista da parte delle famiglie o dei pazienti, un “No, grazie” insomma, non fa parte dello stile di relazione di queste persone, piuttosto non si fanno trovare. Ho spesso avuto la sensazione, in questa e altre circostanze, che tendano ad evitare un confronto totalmente esplicito.
All’ingresso della casa di Jacky ci accoglie la madre, sorridente, ci saluta, ci fa entrare, siamo in quattro persone: io, Elisabetta, il nostro traduttore Haja e la sua fidanzata Hando, che trascriveva il colloquio in malgascio. La casa è molto bella, ampia, con molte camere, rifinita in legno e veniamo fatti accomodare in salotto dove su uno dei due divani ci aspetta Jacky. Non a caso sta fumando e appare molto agitato, anche se, come il giorno precedente, fa di tutto per comportarsi normalmente. Solitamente nelle nostre interviste Elisabetta è la prima che dopo i saluti inizia con la presentazione della nostra attività, ma questa volta non sembra dell’idea, Jacky getta inquietudine un po’ su tutti evidentemente. Mentre parto con il discorso introduttivo continuo a guardarmi attorno, noto come la casa sia veramente molto elegante, dotata di confort multimediali, segno di un benessere economico che mai avevamo incontrato fin’ora, già dall’esterno risultava ampia e elegante, ma l’interno rinforza di molto la differenza rispetto alle abitazioni che fino ad allora avevamo visitato. Più di tutto ci è sembrato strano condurre l’intervista in salotto, di norma ci trovavamo a condurlo in camera da letto, o meglio nell’unica camera del nucleo famigliare ristretto, in cui le famiglie malgasce normalmente vivono.
Concluso il preambolo iniziale chiedo ancora a Jacky se vuole collaborare con noi e lui un poco più calmo risponde affermativamente. Cominciamo quindi con le nostre domande e per ciascuna di queste assistiamo a una diatriba tra madre e figlio su chi debba prendere la parola per rispondere, sebbene le nostre domande siano sempre dirette al paziente. Anche questa è un’anomalia rispetto agli incontri precedenti: solitamente non esistono diatribe, è il componente della famiglia a rispondere, tutti i pazienti incontrati cedevano la parola al famigliare, anzi non la consideravano proprio la possibilità di una loro partecipazione attiva. C’è da precisare come questa consuetudine non sia di tutte le famiglie dei pazienti, ma solo di quelle dei pazienti folli, per usare una semplificazione. Insomma sembra che se la persona sia colta da crisi convulsive o svenimenti rimanga, nella lucidità, padrona della propria storia, mentre la follia, o gli episodi psicotici, svestono la persona della possibilità di dialogo, della possibilità di narrarci la propria storia.
Jacky invece appare combattivo e la madre sembra sopportarlo benevolmente; per tutto il tempo accende la sua sigaretta, dopo aver spento la precedente. Non posso non notare l’alone giallo tra le dita indice e medio, quando la madre ci racconta del suo abuso di caffé e del vizio dell’alchool provo a immaginare Jacky in un nostro reparto di psichiatria o centro diurno dei nostri CPS e la sua figura mi sembra stagliarsi alla perfezione in questo contesto.
Jacky è Merina, ha 41 anni, abita con la madre e con la donna delle pulizie, ha 7 tra fratelli e sorelle, lui è il primogenito della famiglia ed è l’unico ad abitare con la madre. Il padre è morto nel 1997, una sorella e un fratello sono emigrati all’estero, la sorella in Francia, il fratello in Cina. Jacky cerca in giovinezza di seguire le orme del padre, ufficiale della gendarmeria malgascia, ma nel 1995, all’epoca della leva nei pressi di Toliara, qualche cosa non sembra andare per il verso giusto. Con i camerati condivide l’uso e l’abuso di toaca (rhum locale molto forte e spesso proveniente dal mercato nero) e rangony (canapa locale), un giorno la madre e il padre vengono avvertiti dal comando e si recano a Toliara per ricoverare il figlio fuori controllo, in preda a uno stato confusionale e molto aggressivo. La madre quando arriva a Toliara incontra il figlio già sedato da potenti calmanti, Jacky non ricorda nulla di quei giorni, tranne il fatto che aveva dei problemi nei rapporti con i camerati. Riportato dalla madre ad Ambositra dopo due settimane riaffiorano i problemi di ansia, agitazione e di comportamento aggressivo: la madre racconta delle sue uscite serali senza ritorno, spesso lei stessa era costretta a vagare per la città di notte per recuperarlo; lo ritrovava ubriaco, che se la prendeva con le saracinesche chiuse dei negozi, che faceva un gran baccano ed era particolarmente aggressivo con le persone che lo seguivano per strada. La situazione era insostenibile e Jacky venne ospedalizzato per la somministrazione di calmanti ad Ambositra; dopo una settimana la famiglia decide di portarlo a Tanà per ricoverarlo all’ospedale militare della capitale. Qui lo psichiatra prescrive una terapia farmacologia: Largagtil 50 mg. x die, Haldol 5 mg. x die, Artane 5 mg. x die e Diazepam al bisogno e non fornisce una diagnosi specifica, o almeno la famiglia non ricorda. Da allora Jacky prende regolarmente i farmaci e la sua malattia è tenuta sotto controllo, occasionalmente si agita ancora, beve alchool anche se non dovrebbe, qualche volta esce la sera e non torna presto, ma complessivamente la madre lo riesce a gestire. Da qualche anno inoltre lavora nell’officina meccanica per auto che c’è proprio davanti a casa, ma non va sempre e ha dei rapporti difficili con i compagni di lavoro : lui è il più bravo e quando viene messo in discussione spesso si arrabbia un po’ troppo. Rispetto alla somministrazione della terapia le cose sono migliorate nel tempo: inizialmente Jacky voleva non prenderla più, ma dopo poco tempo andava in contro ad una crisi, poco a poco ha iniziato a prenderla regolarmente, anzi oggi giorno è ossessionato, secondo la madre, dalla precisione con cui prendere la terapia esattamente alla stessa ora.
Chiediamo alla famiglia che spiegazione si sono dati della malattia e la madre ci racconta di come il medico psichiatra dell’Ospedale Militare di Tanà, oltre a impostare la terapia, avrebbe informato la famiglia di come la malattia si sia formata a causa di un problema che Jacky non riesce a risolvere dentro di sé. La madre aggiunge che avrebbe bisogno di uno psicoterapeuta, ma in Madagascar non esistono queste figure professionali. Jacky e la sua famiglia non si sono mai rivolti a pisikidy (guaritori), anzi Jacky si scaglia duramente contro questi farabutti che invece di lavorare illudono le persone e raccontano storie assurde.
La nostra ricerca dati è conclusa e cominciamo a congedarci, mentre ripongo le mie cose nello zaino mi accorgo che dopo aver chiesto il permesso a Jacky per utilizzare la telecamera, mi sono scordato di accenderla, è rimasta sul tavolino spenta. Quando ci salutiamo la madre ci accompagna alla porta e ci parla dell’ansia del figlio per questa intervista, la notte prima non ha dormito perché sapeva che saremmo venuti. La situazione per lei è difficile, ma fino a quando sarà in vita potrà gestirlo, poi sarà un problema molto più grave. Usciamo, salutiamo per l’ennesima volta e poi saliamo lentamente il sentiero diretti a Maharivo per il pranzo. Jacky ci controlla dalla finestra della sua camera e, quando mi accorgo di lui, ci saluta con la mano perpetuamente fumante.
Quanti pensieri questa visita mi fa affiorare, avviso Elisabetta della telecamera, perché l’ho dimenticata pur ricordandogli il permesso per usarla? Mi viene in mente Devereux e il suo “Dall’angoscia al metodo”, il lavoro incessante che il ricercatore è chiamato a fare sul controtransfert culturalmente connotato, sulle proprie emozioni, sogni e azioni, da considerare nel lavoro etnopsy. Forse in questo caso l’inquietudine che gettava addosso Jacky non mi ha fatto distogliere il pensiero per un momento da lui, la preoccupazione di controllarlo, forse non volevo che venisse ripreso con la telecamera il timore che ho avuto nel condurre l’intervista, soprattutto quando si è parlato della morte del padre, due anni dopo il suo esordio psicotico, le sue reazioni a questo, la decisione di seguire le orme del padre: il mio desiderio di indagare, gli occhi di Jacky che mi è parso chiedessero di non farlo.
Per distogliermi da questi pensieri mi piace pensare che questa dimenticanza testimoni come in questo caso di esotico ci fosse poco da ricordare, almeno in apparenza. La psicosi, il suo esordio, il suo trattamento e le conseguenze di questo trattamento sono elementi comuni a molti pazienti psichiatrici dei nostri ospedali. Per la prima volta poi in 31 casi incontrati non c’è riferimento all’eziologia tradizionale, non c’è collegamento all’invidia di altre persone e di conseguenza non c’è stato il collegamento alla maledizione per danneggiare, mossa dal sentimento di invidia. Solo implicitamente Jacky ha fatto riferimento a un importante concetto culturale tradizioanle: quello della ricchezza e della sua ostentazione. Ci continuava a ricordare infatti di come la sua famiglia fosse povera, ovviamente questo era insostenibile viste le loro condizioni di vita, ma Jacky si preoccupava di ricordarcelo di tanto in tanto. Seppur portando questi riferimenti, mai Jacky o sua madre si sono riferiti in maniera esplicita al sistema di significati e significanti tradizionali: il problema è stato spiegato come proveniente da Jacky, “lui non è riuscito a risolverlo”; le parole sono dello psichiatra dell’ospedale a cui i famigliari si sono affidati per la cura di Jacky, questo con il suo potere ha connotato la malattia come appartenente a Jacky.
Dopo poco più di 2 settimane di interviste abbiamo già completato il nostro campione ipotetico per Ambositra e stiamo già pensando alla brusse che nell’immediato vuol dire il paese di Fandriana. Il caso di Jacky sicuramente ha delle differenze rispetto agli altri fino ad ora incontrati: culturalmente la sua etnia Merina in un paese Betsileo è di per sé un fattore molto complesso, ma che è condiviso con altre famiglie incontrate ad Ambositra che avevano origini Merina o miste.
Ho l’impressione che Jacky sia un caso estremo di cultura tradizionale sospesa o cancellata dal pensiero scientifico occidentale. Nelle storie degli altri pazienti di Ambositra l’eziologia a carattere tradizionale è quasi sempre comparsa nei racconti della famiglia, ma abbiamo spesso notato molta vergogna nel parlarne a dei bianchi, quasi considerassero queste storie inferiori rispetto al nostro sistema esplicativo: si apriva questo repertorio solo molto lentamente e con riferimenti molto sintetici. Per questo motivo Jacky è un caso estremo, lui e la madre non hanno in alcun modo fatto riferimento esplicitamente alla tradizione, né hanno considerato i metodi tradizionali di cura come utili al disagio di Jacky, ma la frase ripetuta relativa alla povertà della sua famiglia è culturalmente connotata, potremmo dire che è profondamente malgascia.
Jean Richard:
Jean abita con la sua famiglia nel quartiere Anteja di Fandriana, città a nord di Ambositra e capoluogo di distretto. Siamo a Fandriana da circa un mese e dopo i primi problemi organizzativi iniziali siamo giunti quasi al termine del secondo campione della nostra ricerca, ovvero il territorio definito semi-urbano, dotato di un ospedale statale di primo livello.
Fandriana è una piccola cittadina che si raggiunge da Ambositra percorrendo per una decina di chilometri la strada statale in direzione nord e svoltando poi in direzione nord-est seguendo la strada provinciale, anch’essa asfaltata, per circa 80 Km. Questa strada si inerpica su colline che in alcuni punti lasciano spazio a boschi di conifere al posto della normale vegetazione tropicale. Ambositra si trova a circa 1300 m. sul livello del mare, a Fandriana si sale a circa 1600 metri. La strada asfaltata qui arriva e qui termina, come una lingua di sottile asfalto raggiunge il blocco dei quartieri commerciali e amministrativi della città, isolati dagli altri quartieri periferici dalle risaie che quasi la circondano. A loro volta questi quartieri periferici sono costruiti sul pendio di dolci colline che formano come un arcipelago attorno ai campi sommersi, i maggiori sono collegati con il centro della città da sentieri non asfaltati e rettilinei che scendono e risalgono attraversando le risaie. Il traffico qui è costituito quasi esclusivamente da persone a piedi, la più parte contadini oppure da carri trainati da buoi che trasportano merci o attrezzi. Rispetto a Ambositra, centro anche turistico per l’artigianato locale, Fandriana è totalmente fuori dalle rotte turistiche, l’economia è prettamente agricola e il commercio è limitato ai prodotti della terra. Nei quartieri centrali e del mercato vi sono numerosi negozi, ma sono poco forniti di prodotti occidentali. Si possono trovare però Coca Cola e birra; c’è una pasticceria che vende anche qualche piccola forma di formaggio di Antsirabe e poi sulla strada principale c’è una copisteria e un distributore di benzina dove a giorni alterni si può trovare un po’ di carburante. L’unico traffico motorizzato è costituito dai pulmini o taxi brusse che collegano Fandriana con Ambositra ed eccezionalmente percorrono anche la vecchia strada non asfaltata che raggiunge direttamente Tanà, senza dover percorrere a ritroso verso sud la strada provinciale fino all’intersezione con la statale numero 7.
Quello che di Fandriana mi colpisce, oltre all’aspetto naturalistico del contesto, è la bellezza delle case tradizionali costruite a due piani, con il corridoio interno sostituito da uno esterno alle quattro mura abitative che al primo piano gira intorno al perimetro della casa, protetto da una tettoia, e unisce in questo modo le stanze interne dell’abitazione. Costruzioni presenti anche ad Ambositra, ma qui appaiono meglio conservate, nella loro bellezza originaria; la strada centrale inoltre non è congestionata dal traffico e degradata da cartacce e sporcizia, qui sembra tutto più in ordine. Dopo qualche giorno capisco che i malgasci di Fandriana non hanno un maggiore senso civico, qui manca semplicemente l’elemento inquinante, manca la plastica. Immaginate i nostri ipermercati senza prodotti venduti in plastica, niente carte delle patatine, detersivi, le bibite e gli alcolici venduti in vetro, eccetera, eccetera, eccetera. Le uniche immondizie che si vedono abbandonate a terra sono gli involucri delle caramelle, soprattutto in prossimità delle scuole.
Le scuole: ecco l’altro punto fondamentale nella descrizione di Fandriana. In questa città si sono formate numerose scuole gestite da ordini religiosi cattolici o dalla chiesa protestante, a loro volta questi centri religiosi gestiscono dispensari e centri medici. Noi stessi alloggiamo in una scuola, una scuola privata gestita dall’ordine delle Suore della Saggezza; questa è una caserma costituita da quattro piani, con decine e decine di classi e tutto è ricoperto da un gigantesco tetto verde in lamiera. Dettaglio trascurabile? No, tutto ha un significato. Questo ordine religioso ha costruito in mezzo ad una valle e a fianco di una cittadina, le cui case non superano il primo piano, una struttura immensa che dalla strada appare a Km di distanza e che con il suo tetto assolve al ruolo di immenso parafulmini per l’intera regione; ne sanno qualcosa gli alimentatori dei nostri computer portatili. Oltre a questa disavventura che ci priva delle nostre strumentazioni multimediali, è utile considerare come nella vita di tutti i giorni piccole comodità come l’elettricità e l’acqua calda cambino il modo di vivere.
A Fandriana l’elettricità arriva a singhiozzo, a giorni alterni, per un paio d’ore e a turno tra i vari quartieri e il pur moderno caseggiato delle suore non è fornito di un impianto di riscaldamento dell’acqua. Sono piccoli particolari che cambiano la giornata: alla sera non è possibile avere luce artificiale, se non quella della candela, le docce si fanno con acqua riscaldata a legna, i capelli si lavano solo di giorno quando ancora c’è un bel sole per poterli asciugare, la giornata prende sempre più i ritmi del sole e la domenica è spesso l’unico giorno in cui si riesce a organizzare lavori extra per la cura di sé. L’alimentazione si confà alle possibilità di acquisto, cioè in prevalenza riso e verdure; percorrendo minimo cinque o sei Km al giorno a piedi, mi accorgo che una birra a fine giornata mi disturba, ma sempre e comunque il pensiero è uno solo: Coca Cola, cioè zuccheri.
Oltre a queste questioni alimentari, sia io che Elisabetta abbiamo affrontato, dopo circa una settimana che eravamo a Fandriana, un’infezione virale intestinale con febbre alta che ci ha messi a letto per 4/5 giorni. Non si è trattato di normale diarrea del viaggiatore (io sono in Madagascar ormai da 2 mesi), ma penso che la causa sia stata una visita domiciliare condotta tre giorni prima dei primi sintomi, in una casa con un particolare degrado igienico-sanitario presso una famiglia con grosse difficoltà economiche, di alcolismo e psichiatriche. Questa esperienza mi ha particolarmente debilitato, i buchi della cintura non bastano più e arrotolo su di sé la vita dei jeans per creare spessore. Questa crisi di salute mi fa pensare alla prima accorsami ad Ambositra: andai a letto senza particolare malessere, ma mi svegliai almeno una decina di volte e a intervalli regolari di 45 minuti per vomitare, una notte interminabile con un freddo insopportabile. Il giorno dopo era tutto passato, non mi era mai capitato. Adesso, qui a Fandriana, mi accorgo con consapevolezza che la mattina prima di uscire per le interviste non dimentico mai di portar con me una moneta da 50 Ariary, sempre la stessa, che la sera tolgo dai jeans e ripongo sul comodino. Le narrazioni quotidiane fatte di invidie, maledizioni, malattie e attori del mondo non visibile fanno parte ormai anche della mia vita.
La nostra guida qui a Fandriana è Monsieur Paul, lo chiamiamo sempre così, mai senza il Monsieur. E’ una persona squisita, a differenza della prima guida che abbiamo avuto e che abbiamo sostituito sfruttando una sua assenza per una settimana. Monsieur Paul è molto colto, gentile, premuroso e con l’animo di un avventuriero, seppur ultrasessantenne. E’ colto perché ha studiato presso una università cattolica collegata con l’Università di Napoli e quindi con una laurea valevole anche in Italia; è gentile e premuroso perché si sforza di tradurre il più possibile letteralmente ciò che dicono le famiglie e con pazienza ci fornisce, durante le nostre lunghe camminate, interessanti approfondimenti culturali sui malgasci e la loro storia.
Come anticipato stiamo in questi giorni per ultimare il campione previsto per Fandriana, è una mattina di fine ottobre e puntiamo al quartiere di Anteja. Anteja si trova al nord dei quartieri centrali di Fandriana, da questi dista poche centinaia di metri e le case seguono la strada sterrata che da Fandriana porta verso il paese di Miarnavaratra. In direzione ovest rispetto alla strada si aprono gl’immensi campi coltivati a riso e a est un territorio collinare. Le case di Anteja seguono la strada e si frappongono tra questa e le risaie, da una parte, e dall’altra si inerpicano sul colle. Al bivio tra la strada principale e quella che inizia a salire verso est c’è una piccola baracca adibita a negozio. Lì mi rintano per proteggermi dal sole, mentre Monsieur Paul discute con le persone del quartiere per ottenere informazioni relative al domicilio dei nostri pazienti. Solitamente sto sempre al suo fianco anche durante le lunghe ricerche, riesco a cogliere qualche parola che mi fornisce ragguagli sulla situazione ed evito di chiedere a Monsieur Paul di tradurre ogni cosa, ci fidiamo di lui e dei suoi modi e cerchiamo di non rendergli la ricerca ancora più difficile.
Oggi però le cose procedono più difficilmente del solito, abbiamo già fatto la spola tra i due market del quartiere più di una volta e il sole tropicale dell’ottobre australe a 1600 metri di quota comincia a farsi sentire. L’esperienza maturata mi dice che è inutile arrovellarsi troppo, mi riparo nel negozio, sgranocchio due noccioline e aspetto che la notizia si sparga a sufficienza. Finalmente il lavoro diplomatico di Monsieur Paul ha buon fine, un ragazzo ci chiede di seguirlo lungo la strada che dal bivio sale ripida sulla collina, dopo qualche centinaia di metri arriviamo a un gruppo di tipiche case di campagna, lasciamo il sentiero e cominciamo a girare attorno ai muri di case strette le une con le altre, senza recinzioni, tra spazi comuni. Percorriamo l’aia di fronte una casa, giriamo attorno ad un mucchio di terra rosso scura e ci troviamo di fronte un signore che si fa avanti e ci saluta: è il padre di Jean.
Dopo i saluti non serve spiegare nulla di più, lui si gira svelto e comincia a salire la scala a pioli che ci porta al primo piano, sbuchiamo così sul balcone in legno che gira attorno alla casa e veniamo introdotti all’interno di una camera. L’impatto luminoso è sempre lo stesso: dalla luce accecante ci ritroviamo in una camera scura con una piccola finestrella che sembra scavata nella terra, e in effetti è così, la casa non ha mattoni, ma è in prevalenza costruita con la terra cotta e assemblata con metodi tradizionali. La finestrella quindi è piccola e con le quattro pareti di terra arrotondate, chiudibile con un’anta verde di legno. All’interno c’è un letto abbastanza grande, un tavolino, qualche scaffale, tutto è in legno, anche il pavimento. Un mucchio ingombrante di steli secchi e colorati è nel centro della piccola camera e la madre di Jean ne sta intrecciando tre estremità seduta sul letto. Il marito che ci ha preceduto si siede accanto a lei, Monsieur Paul si posiziona vicino ai coniugi sulla sedia, di fronte a loro io e Elisabetta, mentre sotto la finestrella, tra il letto e il tavolino rimane, seduto su un piccolo sgabello, Jean.
Jean ha 36 anni, è il terzo di 12 fratelli, vive con i genitori che sono sulla sessantina e con la sorella più piccola di 25 anni e un cugino. La casa è una bella casa tradizionale con 6 stanze di loro proprietà. Il padre è un falegname in pensione, mentre la moglie tesse stoffe e steli per guadagnare qualche cosa in più. Jean dopo la malattia non riesce a lavorare, quando sta bene da una mano alla famiglia.
Dopo la presentazione e le domande relative alla composizione famigliare iniziamo ad affrontare il racconto della malattia, qui si apre una narrazione molto interessante. Da notare come la parola sia della madre, il padre aggiunge qua e là qualche dettaglio e Jean rimane silenzioso al suo posto. Riporto qui alcuni miei appunti sul racconto della madre:
“Jean, durante il periodo dei fahamadiana (Agosto ndr), stava preparando la terrazza per la festa della gran famiglia dei vicini di casa. Dopo la cena non era ancora tornato e la famiglia che lo impegnava è venuta a dire che era introvabile. Al terzo giorno era a Isciarana (15 km da Fandriana ndr), il villaggio della mia gran famiglia, dove vive il fratello primogenito di Jean e sua moglie.
La cognata ha raccontato che è partito da qui a metà pomeriggio, è arrivato là circa alle 19 e ha chiesto di preparargli il pasto: “Tornerò – disse – non prendete anche la mia parte, io tornerò a prenderla, lasciatemi qualcosa qui”, e poi è scappato senza rispondere dove andasse. E’ tornato quando ormai era notte, muto, non rispondeva, era il secondo giorno da quando era scomparso. Il terzo giorno la mia gran famiglia ha deciso di riportarlo qui inviando in sua vece la cognata, la moglie del fratello primogenito che ha poi raccontato questa storia.
Una volta a casa ha cominciato a bere molto dalla pompa d’acqua fuori casa, tanto che ho avuto paura che si prendesse la diarrea e così ha preso dell’acqua e gliel’ho scaldata, intanto diceva che qualcuno lo seguiva con delle baionette. Gli è stata data dell’acqua calda e messo in una camera: aveva paura, diceva che sarebbero venuti a ucciderlo e di chiudere la porta”. A questo punto chiedo a Jean se ricorda qualcosa di quei giorni, lui risponde così: “C’erano degli uccelli che cercavano di mordermi”. La madre interviene precisando che dopo la prima settimana diceva oscenità e correva dietro a lei e alle due sorelle per commettere gesta oscene. Continuava poi a non dormire, non ha dormito per 15 giorni consecutivi.
Quando domando il perché, secondo loro, si siano sviluppate queste paure e questi comportamenti, sempre la madre ci risponde che qualcuno era invidioso del lavoro del figlio, lui aveva avuto un incarico importante per il fahamadiana, lavorava molto e a qualcuno portava appunto un’invidia che ha scatenato poi contro Jean. Dopo gli atteggiamenti incestuosi del figlio la famiglia lo ha condotto per prima cosa da un guaritore tradizionale che in quei giorni era in tournee a Fandriana.
Questo sarebbe avvenuto quindi dopo 2 settimane dall’esordio e il guaritore avrebbe spiegato alla famiglia come il figlio fosse rimasto vittima di una maledizione, ne esistono tanti tipi di maledizioni, questa è denominata “Mitohaca aminy fady”. Consiste in un sortilegio che la persona invidiosa, per il lavoro di Jean e per l’impegno del fahamadiana che si era preso, avrebbe gettato verso Jean con l’ausilio di uno stregone, il contratto tra i due o, meglio, tra i tre sarebbe stato sancito da un brindisi avvenuto con toaka avvelenata e condivisa con Jean. La traduzione più vicina al termine malgascio mitohaca è “invocazione, chiamata”: una persona con l’ausilio di uno stregone sancisce un contratto con uno spirito tramite la creazione di un feticcio, poi con il gesto del brindisi, invoca lo spirito all’interno del rhum locale che condivide con la vittima designata, Jean, che cade malato e viene costretto dallo spirito a compiere fady, in questo caso l’incesto (fady: proibizione, tabu).
Esterrefatti dalla complessità della descrizione pervenutaci, in contrasto con la semplicità con cui i nostri interlocutori, Monsieur Paul compreso, maneggiassero termini, immagini, protagonisti della storia narrata, chiediamo delucidazioni e proviamo a ricostruire l’avvenuto con le nostre parole. Niente da fare, le nostre restituzioni mai sembrano cogliere appieno la narrazione offertaci; il racconto appena descritto quindi è un tentativo di sintesi tecnicamente corretto della dinamica di sottomissione effettuata dalla persona invidiosa ai danni di Jean, cioè la teoria eziologica fornitaci dalla famiglia.
Oltre a fornire questa teoria il guaritore ricercato dalla famiglia dopo gli atteggiamenti incestuosi del figlio ha cercato di porre rimedio alla situazione con un rito di purificazione: Jean è stato lavato con dell’acqua sacra che il guaritore aveva portato dal suo paese, nel mentre ha condiviso con Jean una invocazione che deve rimanere però riservata a loro due e, al termine, ha richiesto che Jean stringesse le mani, della madre e delle sorelle. Dopo questo rito le oscenità sono terminate, Jean era più calmo, non fuggiva più e anche le paure di persecuzione si sono arrestate per qualche tempo. Jean però non parlava ancora e pronunciava solo continui mugugnii e balbettii senza significato, continuando a dormire il “sonno dei polli” (dormiva molto poco).
Dopo questa prima azione terapeutica la famiglia ha continuato a ricercare ulteriori trattamenti da altri guaritori tradizionali, si precisa tra questi il nome di Rakotomalala Edmond, uno dei guaritori più famosi e ricercati della zona, che allo stesso modo avrebbe proceduto a lavare il paziente in una piscina naturale e ha fornire le medesime esplicazioni sull’origine del male. Questo e altri trattamenti di altri guaritori venivano intentati periodicamente dalla famiglia e portavano a un miglioramento parziale e momentaneo della situazione. Allo stesso tempo la famiglia ha intentato una soluzione con medicinali occidentali, ovvero iniezioni di calmanti presso l’Ospedale di Fandriana. Quando chiediamo di delimitare cronologicamente il periodo, la famiglia ci risponde che si sono recati da questi guaritori e all’ospedale per 4 anni circa, dall’anno di esordio della malattia (1996, ndr; informazione ricavata dall’età attuale del paziente e dall’età di esordio forniteci in maniera approssimativa) fino al 2000, circa.
Successivamente un vicino di casa li avrebbe informati che le Suore della Saggezza, in collaborazione con l’AM avrebbero potuto guarire meglio il figlio: la famiglia prova in quegli anni anche questa soluzione, arriva così la prima terapia farmacologica, opportunamente segnata su un quadernetto che svolge le funzioni di diario sanitario. La terapia prevede la somministrazione di Largactil, Haldol e Artane, in dosaggi variabili secondo il periodo di assunzione, ma senza che fosse specificato sul libretto il perché dell’aumento o riduzione del dosaggio. La terapia farmacologica ha dato i suoi risultati, il padre ci informa che all’epoca Jean poteva lavorare e parlare correttamente. Poi dopo qualche anno, 2006 circa, Jean voleva smettere di prendere queste medicine e ha provato a mangiarle tutte in una volta, ha ingoiato dieci pastiglie di Largactil ed è stato molto male. Con gli sforzi della famiglia la somministrazione è poi ricominciata e ha proceduto fino al 2008, quando cioè i farmaci hanno subito un forte rincaro. Da allora la famiglia non può più permettersi di acquistarli e li può mettere a disposizione di Jean solo occasionalmente. Dopo aver iniziato il periodo di somministrazione farmacologica (dal 2000 al 2008), la famiglia ha comunque proseguito con la ricerca di guaritori tradizionali: dopo un anno circa che Jean prendeva le medicine (2001 circa) si sono recati da Razefa. Questi avrebbe replicato il bagno con acqua sacra e prescritto un tambavi (infuso) composto da erbe amare filtrate in acqua sacra. Anche in questo caso la terapia ha avuto l’effetto di calmare un po’Jean.
Ora Jean sta meglio, ma non prende sempre le medicine. Quando l’ho interrogato ha risposto sensatamente, ma con una voce molto bassa, sofferente, anche perché il pensiero di quei giorni gli provoca un certo disagio. Le paure di essere ucciso da altre persone sono molto più leggere oggigiorno, ma alcune volte ritornano un poco.
Decidiamo di congedarci da questa famiglia, l’intervista è terminata. Jean ha pazientemente sopportato il riemergere di ricordi pesanti dalle nostre domande e dalle parole dei genitori. Non è mai intervenuto, ha pronunciato alcune parole solo quando esplicitamente chiamato in causa. Dopo i lunghi saluti alla famiglia e alla sorella più piccola di Jean che è arrivata a casa dalla scuola verso la fine dell’intervista, il padre ci accompagna giù dalla scala a pioli e ci mostra le camere del piano terra della casa da una finestra. Dentro ci sono degli ingombranti macchinari per tessere che usa la moglie, fuori invece, sull’aia, c’è quel mucchio di terra scura che, ci spiega, è una miscela di terra rossa, sabbia e letame di zebù: così sono composte le mura delle case costruite tradizionalmente.
Dopo esserci definitivamente congedati dalla famiglia di Jean riscendiamo il sentiero che porta al quartiere e a Fandriana. Non è la prima volta che ci vengono riferite formulazioni esplicative della malattia con nomi e dinamiche appartenenti alla cultura tradizionale malgascia, anche ad Ambositra le famiglie ci parlavano di queste loro credenze, ma cambiava il modo di presentarle. Solitamente non esplicitate, se non dopo una nostra domanda precisa sull’argomento, inoltre il racconto era riportato ridendo, come per schermirsi delle loro bizzarre convinzioni. In questa famiglia invece e in generale più a Fandriana che ad Ambositra, le narrazioni eziologiche tradizionali sono ordinate, complesse e molto dense. Quello che la famiglia incontrata ci ha raccontato non è solo un vago riferimento a dinamiche di maledizione e possessione, ma una vera e propria cultura della vita costituita da moltissimi dettagli e differenziazioni. Una prova della intrinsecità dell’eziologia tradizionale alla cultura di appartenenza, una conferma di questo sta nella difficoltà che la guida e traduttore, Monsieur Paul, ha avuto nel scegliere le parole esatte per tentare, in francese, di spiegare la dinamica sorretta dalla parola mitohaca. La semplice traduzione spoglia il termine in questione dal contesto concettuale da cui lui stesso prende forma e il nostro lavoro di comprensione mi sembra sempre più un lavoro interminabile, un inseguimento sempre a nuovi significati e a riferimenti culturali.
Rakotomarolay Joseph:
Incontriamo Joseph presso l’Ospedale di Betsimiostra, lui proviene da Besofina, un piccolo villaggio a 5 km dall’ospedale. Noi arriviamo da Fandriana e siamo in tournee, come amano dire da queste parti, ovvero siamo partiti per una tre giorni di visite nella brousse di Fandriana in cerca di pazienti residenti in territori rurali, cioè dove le strutture sanitarie sono molto meno organizzate, i centri abitati arrivano a contare al massimo qualche centinaio di persone e le vie di comunicazione sono molto lente da percorrere. Il merito di aver conseguito questa opportunità va sicuramente a Monsieur Paul che ci mette a disposizione, per un a cifra simbolica, le sue due moto e così abbiamo la possibilità di poterci spingere lontano dal capoluogo di distretto con dei mezzi abbastanza rapidi e in grado di poter percorrere le strade sterrate della campagna. Da Fandriana abbiamo raggiunto prima Miarnavaratra (10 km in direzione nord-est), e abbiamo condotto interviste per tutta la giornata presso il Centro di Salute di Base di primo livello (CSB I) di Analakely (trad. Piccola foresta), il giorno dopo siamo ripartiti per Betsimiostra. Abbiamo ripercorso la strada a ritroso fino a Miarnavaratra per poi puntare, lungo una piccola strada sterrata, in direzione est verso territori ancora più elevati, verso il confine della regione Amoron’ny Mania, verso gli ultimi territori del Madagascar ancora ricoperti dalla foresta vergine. Qui la coltivazione del riso si fa più isolata, lascia spazio alle praterie, non ci sono campi da coltivare perché non ci sono abitanti e forse anche per l’altitudine. Ho scorto lungo la strada solo case isolate che si sono ricavate attorno un piccolo spazio da coltivare, case che sembrano spuntare direttamente dalla terra e dall’erba, che sembrano irraggiungibili perché non si scorgono sentieri che le possano raggiungere. All’arrivo all’ospedale di Betsimiostra scopro che il medico non c’è, è andato al mercato di Miarnavaratra, ne approfitterà per cercare qualche medicinale; l’assistente alle nascite si occupa delle persone che sono qui ricoverate e non sa quando il dottore tornerà. Non è possibile contattarlo telefonicamente, a Betsimiostra non c’è campo e non c’è la linea telefonica. Aspettiamo fino a quando lungo la strada che porta al paese la gente riconosce per un istante il sindaco che passa in moto e ce lo indica, noi lo seguiamo e chiediamo aiuto a lui per poter incontrare qualche paziente e per trovare accoglienza per la notte.
Riguardo ai pazienti risponde che a Betsimiostra non ci sono molti folli, anzi non ne ricorda affatto, poi però richiama alla memoria un caso, un parente di una persona che lavora con lui in comune, manderà questa persona a casa con un messaggio, così che il paziente possa raggiungerci all’Ospedale. Riguardo alla notte potremo dormire nel Municipio, o meglio nella casa che il Comune di Betsimiostra mette a disposizione per le feste di famiglia.
Dopo l’incontro con il sindaco andiamo nel centro del villaggio dove ci hanno detto che c’è una piccola casa aperta sul davanti che vende alcuni prodotti alimentari, sono proprio curioso di dare un’occhiata al paese, perché l’ospedale è a circa 1 km. Saliamo con le moto per la stessa strada da cui siamo arrivati, arriviamo a un bivio e svoltiamo verso le case sulla nostra destra. La strada si apre in un piazzale, è un campo da basket, attorno su tre lati le case del villaggio, dal lato aperto invece si gode uno splendido panorama che guarda verso sud alle valli sottostanti. La negoziante ci avvisa che se vogliamo mangiare c’è anche una signora che offre questo servizio: lì si fermano a mangiare i commercianti e viaggiatori che arrivano dai territori dell’est, i territori betsimitseraka. Betsimiostra come detto è una terra di confine, dopo pochi chilometri verso est inizia la foresta e c’è il confine di regione che significa anche l’inizio del territorio di un’altra tribù, una tribù prevalentemente costiera e di origini più africane rispetto ai betsileo: i betsimitseraka appunto. Raggiungiamo la locanda attraversando la piazza fino in fondo dove si restringe e prosegue per una stradina che sale la collina verso ovest, l’atmosfera del paesino è veramente strana, negli altri paesi la gente, soprattutto i bambini, si avvicinano incuriositi, le persone sono in strada e il mercato è quotidiano; qui invece ci sono solo alcune persone, che guardano, ma solo da lontano, molto timorose, sembra una tipica scena da film western, è anche mezzogiorno, circa. Dopo aver mangiato quello che la situazione ci poteva offrire ritorniamo all’ospedale per aspettare il nostro paziente. Intanto penso a questo strano villaggio che mi appare così inreale, assopito e silenzioso. Il silenzio è quello che più mi colpisce, il rumore è vento, attorno lo sguardo si apre a territori immensi e incontaminati, si sorprendono qua e là case lontane dall’altra parte della valle, isolate le une dalle altre, se si fa silenzio per qualche secondo si può sentire il verso degli animali provenienti delle stalle di queste abitazioni a centinaia di metri di distanza da noi, mi chiedo che vite possano condurre i loro abitanti. Aspettiamo a lungo nell’ospedale, tutto il pomeriggio e il tempo passa lentamente, due chiacchere con l’assistente alle nascite che non parla francese, sorrisi ai parenti dei malati che ci osservano, continuamente, prendo posto nella sala dell’ambulatorio, mi addormento sul lettino delle visite. Monsieur Paul mi sveglia: è quasi sera, è arrivato Joseph.
Si presentano due signori, uno deve essere Joseph, l’altro è suo cugino, ovvero il collega del nostro sindaco, poi c’è la figlia di Joseph e ovviamente il Sindaco. Ci sediamo tutti in cerchio e io mi domando, ma chi è Joseph? Quando ci si saluta qui non hanno l’abitudine di dire il nome. Ovviamente non ho dubbi sul sindaco e sulla ragazza, intanto noi ci presentiamo e svolgiamo il consueto discorso di gratitudine per la collaborazione, soprattutto visti i 5 chilometri che i tre hanno fatto per raggiungerci e che faranno per tornare, a piedi ovviamente. Quando iniziamo con le domande comincia a risponderci il signore glabro, ma ho dei dubbi che sia lui il nostro paziente; l’altro uomo sembra molto lucido e rimane in silenzio. Non resisto e pongo la questione, sollevando ilarità: Joseph non è l’uomo che sta rispondendo alle nostre domande, ma è l’altro, quello che assiste silenzioso. Che strane domande pongono questi vahasà (uomini bianchi).
La malattia di Joseph risale all’Aprile del 1981 (J. ha 53 anni), era nei territori di Fianarantsoa, precisamente a Godona nella brousse. J. stava facendo il servizio nazionale come professore, dopo il servizio militare (da ricordare come il Madagascar negli anni ’80 fosse un paese socialista). Attorno al periodo di Pasqua venne ricoverato all’Ospedale di Fianarantsoa, il servizio dei genitori infatti lo portò per 15 km a piedi fino in città. Domando cosa giustificasse tanta premura, ma il cugino non era presente quando tutto cominciò e riferisce come i genitori degli alunni non abbiamo rivelato nulla riguardo l’accaduto. Lui sa solo che J. era cosciente e che i medici dovettero sedarlo perché si agitava molto. La delegazione dei parenti arrivati a Fianarantsoa prese la decisione di utilizzare il taxi brusse di proprietà del cugino per portarlo a casa a Betsimiostra, qui dovettero regolarizzare il suo trasferimento al Ministero dell’Istruzione e al Ministero della Sanità. Questo perché lavorativamente la famiglia riteneva doveroso avvicinarlo a casa; dal punto di vista medico invece avevano fatto dimettere il loro parente contro il volere dei medici, in quanto non d’accordo con la terapia impostata e quindi dovettero regolarizzare la loro decisione. La cosa mi incuriosisce: il cugino ricorda che J. era in un letto molto sedato, paralizzato e lui e la famiglia non erano affatto propensi a fargli continuare quel tipo di trattamento.
Chiedo a Joseph cosa ha potuto ricordare della prima crisi, risponde che era divenuto violento, parlava molto, imprecava, andava senza meta. Aveva inoltre delle forti allucinazioni, concetto reso in malgascio con il termine saonigna: un serpente, un boa che lo seguiva e gli portava molta paura, panico. Lui pensa che questo sia accaduto perché qualcuno dei suoi compagni amici e colleghi fosse geloso, molti erano celibi e in cerca di moglie.
Il cugino riprende la parola per spiegarci la terapia che quindi la famiglia ha fornito a J.. Una volta arrivati a Betsimiostra partirono per raggiungere l’abitazione di un guaritore tradizionale a 35 km di distanza da qui, J. stava ancora male ed era ancora agitato, ma lo accompagnarono, a piedi, e lo gestirono per l’intero percorso. Il guaritore studiò la situazione, professò un’invocazione su delle polveri e della toaka e impartì delle soluzioni, composte da varie polveri e da ruhm, da bere, da inalare o da utilizzare per dei bagni simbolici da eseguire la mattina e la sera. Avrebbe inoltre impartito alcuni fady, cioè delle proibizioni a cui il paziente avrebbe dovuto attenersi per conservare la sua salute ritrovata. Si fece pagare molto questo terapeuta, come 5 stipendi medi, ma a novembre dello stesso anno Joseph lavorava alla scuola di Fandriana e stava molto bene. La crisi era completamente passata e non tornò per molto tempo, ma molti anni dopo nel 2005, sempre ad Aprile, la crisi è tornata. Joseph ha sentito il bisogno di prendere continuamente della toaka e si sono presentati gli stessi sintomi dell’81: era molto agitato, andava senza meta, parlava senza senso e beveva molto, ma senza il ritorno delle allucinazioni. Joseph pensa che le cause per questa ricaduta molto distante nel tempo possano essere di due: la prima è che abbia contraddetto un fady che più di venti anni prima il guaritore gli aveva prescritto, precisamente il guaritore nel 1981 lo aveva interdetto dal presenziare ai rituali funerari come la sepoltura o i fahamadiana; la seconda ipotesi è relativa a un incontro: nella piazza del mercato di Sandrandra (25 km a sud di Fandriana) Joseph avrebbe incontrato lo stesso uomo colpevole di averlo maledetto in passato e lui non ha accettato di stringergli la mano, il motivo quindi sarebbe sempre la gelosia di quest’uomo nei suoi cinfronti.
La grande famiglia quindi si è consultata e ha deciso di riportarlo dal guaritore, non lo stesso perché quello del 1981 era già morto, ma da Rakotomalala Edmond a Ambohimafana (trad. “dove c’è molto caldo”), a 18 km da qui, vicino a Miarnavaratra. Il suo primogenito questa volta si è recato da solo dal guaritore, perché Joseph non era in grado di farlo, questi gli ha prescritto un tambavi da bere e da utilizzare per abluzioni con miele, thé, kakaoete e guillon da bere tutte le mattine, poi un legume simile al caffé con cui fare una tisana sempre tutte le mattine e dei bagni simbolici da eseguire soprattutto nei casi in cui avrebbe dovuto esporsi al pericolo di invidie o gelosie, ad esempio prima di ritirare lo stipendio. Infine gli ha prescritto dei fady: da allora non può più cercare di scorgere oltre nelle cose coperte da un velo, che non sono direttamente osservabili quindi, il secondo fady è che non può più uccidere, nemmeno una pulce e ha riconfermato che non potrà assistere al funerale della sorella che tornerà tra pochi giorni dai territori betsimitseraka per essere seppellita nella tomba di famiglia. Inoltre fino al 21 Novembre 2011 (6 anni dopo essersi recati da lui) non potrà direttamente vederlo, fino a quando cioè il guaritore avrà smesso di occuparsi del suo caso e della sua situazione astrologica. Il costo del servizio è stato modesto, solo 1000 ariary, nemmeno un euro. Joseph è convinto che grazie a queste prescrizioni il sortilegio l’ha abbandonato e gli è stata ridata la libertà di vivere serenamente e in salute.
Precisa inoltre come, in aggiunta a questa terapia a distanza, si sia recato da un guaritore qui vicino, per le situazioni di emergenza: gli ha prescritto tambavi e l’acquisto di un talismano, cioè una bottiglia di toaca con della polvere. Quest’ultimo terapeuta però non lo ha aiutato, Joseph non è rimasto soddisfatto del trattamento.
La malattia è durata 3 mesi nel 2005, la figlia primogenita lo accudiva a casa perché si sentiva molto stanco. Dopo 3 mesi anche la seconda crisi è passata, ha cominciato a stare bene e a proseguire il suo lavoro normalmente.
Joseph durante l’intervista e soprattutto in relazione alle vicende del 2005 ha preso maggiormente la parola per spiegare in prima persona gli eventi. Il ruolo del cugino, rispetto alla crisi del 1981, è apparso come meno centrale, probabilmente perché in quel caso fu proprio lui a recuperalo con il suo mezzo a Fianarantsoa e fu sempre lui ad accompagnarlo dal guaritore per tutti quei chilometri. Nella crisi successiva Joseph era già sposato e con dei figli, fu il figlio primogenito a recarsi dal guaritore anche se la decisione venne comunque presa dalla grande famiglia. Mi domando chi dei due avrebbe avuto la parola se il figlio fosse stato presente a questo nostro incontro.
Salutiamo Joseph e i suoi famigliari vorremmo porre altre questioni per questa storia ricca di punti da dover approfondire meglio, ma la sera sta calando e non esistono luminarie lungo i 5 chilometri di strada che dovranno ora percorrere per tornare a casa, a Besofina.
Usciamo dal Centro Sanitario e anche noi ci avviamo verso il paese, l’intervista fatta mi ha dato molti spunti di riflessione, penso intanto alla difficoltà che abbiamo incontrato nell’incontrare una persona che ha avuto disagio psichico, un folle insomma. Il sindaco continuava a ripetere che in paese conosceva molte persone che hanno crisi di svenimento, crisi convulsive (trad. torana), ma di folli (trad. adala) molto pochi. Durante il pomeriggio passato ad aspettare J. mi chiedevo perché da Ambositra in poi, proseguendo verso la brusse, il reperimento di folli stava divenendo sempre più difficile. Forse è la nostra società che produce la follia o forse alimenta un certo tipo di follia? Avevamo chiesto al sindaco espressamente casi di adala adala, facendo uno strappo alla regola, perché il giorno prima a Analakely avevamo intervistato 10 persone e solo una riportava una situazione diagnosticabile come psicosi, il resto delle persone avevano problemi di convulsioni e svenimenti più facilmente riconducibili a una diagnosi di epilessia. Avevamo ipotizzato che questo fenomeno potesse essere una causa della modalità di conduzione delle interviste: a Analakely non avevamo condotto visite domiciliari, ma avevamo preso appuntamento presso il Centro Sanitario, forse era il problema del trasporto del malato, magari non collaborativo, che aveva dissuaso le famiglie a condurre da noi il parente folle. Joseph ha avuto nella sua storia crisi che possiamo effettivamente definire di tipo psicotico, anche la signora che intervisteremo domani mattina sembra abbia la stessa natura di problemi, ma il fenomeno degli svenimenti e delle convulsioni da noi legato all’epilessia poterebbe essere in questo paese, in questa cultura, qualcosa di diverso?
Intanto però la storia di J. ci colpisce per la totale esclusione della scienza medica dalla cura e presa in carico della follia, certo considero anche come il suo ricovero e la terapia farmacologia risalgano al 1981, ma ho la sensazione di aver conosciuto un uomo, e parte della sua famiglia, che hanno avuto una storia diversa rispetto a quella che si sarebbe potuta sviluppare nella nostra società dopo una crisi di questo genere. Non sono certo paragoni che si possono fare. Perché non si possono fare? Che cosa cambia in questo contesto nella considerazione della malattia, cosa presuppone lo spostamento esterno della causa della malattia rispetto ai conflitti intrapsichici? Infine, la figura dei guaritori: così come nel tempo e nello spazio le storie di malattia fin’ora ascoltate sono cambiate, dando sempre più rilievo alle dinamiche culturali tradizionali, sempre più anche le terapie dei guaritori si sono arricchite passando via via dal semplice massaggio, al tambavi, alla prescrizione di fady e in ultimo allo studio e alla comprensione della situazione astrologica del paziente.
Quest’ultimo argomento per noi è ancora alquanto misterioso, la situazione astrologica ci rimanda ai segni zodiacali e a quelle previsioni e rassicurazioni che per curiosità leggiamo nell’ultima pagina dei nostri quotidiani. Qui però la situazione astrologica del paziente è una cosa complessa: è la storia del paziente, della sua casa, della sua famiglia, della grande famiglia, delle sepolture, degli antenati e dei rapporti reciproci tra tutte queste istanze proiettate nello spazio e nel tempo. Ne parliamo con Monsieur Paul, ma non è facile per noi capire, si va al di là del fascino della scoperta di tradizioni di altre culture, serve poter mettere l’esperienza in collegamento con i concetti, altrimenti appaiono vuoti, per lo meno non propriamente comprensibili.
Dopo aver chiuso le moto in casa, andiamo a mangiare nel nostro ristorantino e a tentoni nella notte troviamo il sentiero di ritorno per la nostra dimora generosamente messaci a disposizione dal Comune di Betsimiostra, in paese infatti non c’è una luce, solo qualche braciere che dall’interno delle abitazioni illumina le fessure tra le imposte delle finestre. Parliamo ancora prima di andare a dormire, nella stanza spoglia illuminata dalla candela Monsieur Paul non la smette proprio di parlare, credo che questa escursione gli piaccia molto, è molto legato alle tradizioni e gli piace condividere le sue conoscenze. Un giorno, dopo una visita, mi raccontò che suo nonno a Fandriana era stato un guaritore molto considerato dalle persone del paese, ma poi morì e nel tempo le cose sono cambiate, i guaritori hanno perso potere e sono stati sostituiti da altri rappresentanti delle terre di confine tra l’umano e l’ultraterreno. Lui stesso avrebbe voluto diventare sacerdote, per questo ha frequentato l’Università cattolica a Tanà, poi però venne colpito da un lutto in famiglia e dovette cambiare decisione, perché avrebbe dovuto occuparsi della famiglia, toccava a lui e così si sposò ed ebbe tre figli. La cosa mi fece ricordare allora la scelta delle Suore di indicarci inizialmente come traduttore un’altra persona che aveva addirittura un problema alla gamba e non era certo l’ideale per le nostre camminate; quando poi questa guida si assentò per una settimana noi non sapevamo come procedere con il nostro lavoro e le Suore non sapevano indicarci un’altra persona che sapesse il francese, solo dopo qualche giorno si ricordarono di Monsieur Paul, era esattamente il loro dirimpettaio.
Decidiamo di dormire, perché domani mattina presto avremo un’altra intervista e poi torneremo a Fandriana, anche nella scelta dei tre letti interviene la tradizione: l’anziano sta sempre a piano terra.
Il mattino seguente riceviamo la visita di una paziente accompagnata dal figlio, anch’essa adala adala (la ripetizione è da considerare un diminutivo). Ascoltiamo la sua storia dalla bocca del figlio, lei effettivamente non può esprimersi sensatamente, è molto agitata, non è in sé. La sua malattia anche per lei è venuta in passato, è stata guarita con l’intervento di un guaritore tradizionale che ha reimpostato i rapporti di convivenza, tra cui la disposizione delle camere da letto, secondo la tradizione e alla situazione astrologica della famiglia. Sono passati anni e la crisi è tornata, ancora una volta sua madre verrà condotta dal guaritore e si spera che possa come allora recuperare il suo equilibrio. Ancora una volta nella storia della donna non c’è nessun riferimento alla cura medica, né all’intenzione di farvi riferimento. Nonostante che a Betsimiostra ci sia l’ospedale, non è un medico da solo che fa cultura.
Questo piccolo villaggio a pochi chilometri dalla foresta ci ha donato molte valide informazioni relative alla medicina tradizionale e alla cultura malgascia; una cultura che si è preservata simile a quella di secoli passati all’interno di un luogo isolato, in un villaggio di confine, in un contesto in cui persino l’economia rimane, per molti versi, un’economia alternativa a quella riconosciuta: Betsimiostra infatti è anche un centro di contrabbando, esistono interi villaggi qui vicino che distillano il rhum locale alimentandone il mercato nero, o coltivano la rangony (canapa locale). Noi di tutto questo non abbiamo visto traccia, ma sapevamo prima di partire che il territorio era caratterizzato anche da questo. Quello che noi abbiamo osservato sono stati questi due casi che ci hanno testimoniato come qui non sia ancora avvenuto, se non in minimi termini, un cambiamento, una trasformazione che invece più a valle, sulle grandi vie di comunicazione da tempo è già in corso. Sono contento di aver potuto cogliere la possibilità di recarmi fin qui, non abbiamo molto tempo a disposizione e dobbiamo rientrare con le nostre moto e la nostra scarsa riserva di benzina. Il programma avrebbe previsto la deviazione per Ambohimafana, dove vive l’ormai noto Rakotomalala Edmond, ma un problema tecnico alla mia moto ci costringe a molteplici peripezie che fanno tardare il nostro rientro di parecchie ore. Così a sera già inoltrata arriviamo a Fandriana, la nostra missione è conclusa e anche qui il nostro campione è concluso, torniamo a Ambositra tra pochi giorni e da là organizzeremo la nostra partenza per l’ultimo luogo di indagine: Soavina, distretto di Ambatofinandranana.