Il film di Yorgos Lanthimos è molto duro e impegnativo, un’esplorazione dei meandri dell’anima umana, ma con una buona dose di pessimismo, che dipinge un uomo vittima di se stesso, in balìa del destino. I tormenti raccontati da questo film testimoniano come sia importante un confronto con la nostra affettività e il lavoro psicoterapeutico propone al paziente proprio questa possibilità. La presa di contatto con le parti nascoste di noi, i nostri conflitti e quindi le nostre sofferenze, possono liberare enormi energie positive e disinnescare meccanismi tossici che ci rendono vittime di noi stessi.
La trama surreale del film vede un ricco medico statunitense, Steven Murphy, coinvolto nel tentativo di salvare i componenti della sua famiglia da una strana malattia debilitante, ignota alla medicina.
Rimanendo legati alla trama del film, gli eventi sono scatenati dall’influenza di un potere non visibile che per vendetta si abbatte sulla famiglia del medico. La fonte del maleficio sarebbe un giovane ragazzo, Martin, impersonato dal bravo attore irlandese Barry Keoghan. In ottica psicoanalitica gli eventi narrati possono essere considerati materiale onirico e quindi legati a dinamiche intrapsichiche e inconsce del protagonista.
Martin ritiene il medico colpevole per la morte del padre, avvenuta durante un’operazione chirurgica. Il suo maleficio si scaglia per vendetta contro i figli di Steven Murphy, ma questo non avviene immediatamente. All’inizio il giovane sembra nutrirsi del senso di colpa del medico, accetta il suo sostegno, i suoi regali, entra nella sua casa e conosce la sua famiglia: sembra più un figlio abbandonato che cerca un nuovo padre.
Steven Murphy (Colin Farrell) è il personaggio, l’eroe in cui si annida il conflitto. E’ un ricco cardiochirurgo, sposato con una bella donna (Nicole Kidman) e padre di due figli, ma ha problemi di alcool. Il problema però non si vede: durante il film Steven non beve mai, non si lascia mai andare, razionalizza, tenta di isolare la propria affettività. E’ nel rapporto di Steven con Martin che lo spettatore sente qualcosa di turpe che aleggia, che opprime le scene. Si insinua il dubbio della debolezza di Steven e della sua dipendenza.
Il secondo atto del film apre con la ribellione di Steven: l’abbraccio del giovane Martin si fa troppo serrato, il suo senso di colpa troppo insopportabile. A quel punto il conflitto tra i due si esplicita, Steven si allontana e Martin lo punisce con una malattia magica. Steven per fermare il sortilegio che sta portando velocemente alla morte i suoi figli dovrà piegarsi a Martin e sacrificare un membro della sua famiglia: o la moglie o uno dei suoi figli.
Il finale è angosciante e mette a nudo gli egoismi della natura umana. Così come il resto della trama, anche la scelta finale del padre farà riferimento alla mitologia greca, fonte della nostra cultura.